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Crisi medio-orientale e mercato dell’energia, una relazione complessa

foto: Investment Advisory Investment Advisory

06.08.2026

Crisi medio-orientale e mercato dell’energia, una relazione complessa

Il prezzo del petrolio resta l'indicatore più immediato delle tensioni geopolitiche, ma saranno soprattutto l’andamento dei margini di raffinazione e le quotazioni del gas naturale a determinare intensità e durata della trasmissione dello shock energetico all'economia reale, con implicazioni importanti per la politica monetaria e gli asset finanziari

​Dopo il riavvio dello scontro militare fra Iran e USA e la riacutizzazione dei timori di uno shock energetico, gli investitori hanno accolto con favore i segnali di de-escalation sopraggiunti negli ultimi giorni: gli Stati Uniti hanno accantonato l'idea di inasprire l'offensiva ricorrendo “ai bombardamenti più massicci dalla seconda guerra mondiale", mentre Iran e Oman hanno intensificato le trattative per consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz al transito navale. Secondo indiscrezioni di stampa, le parti starebbero valutando un accordo temporaneo di 60 giorni, in base al quale le navi dirette verso il Golfo attraverserebbero le acque iraniane, mentre quelle in uscita passerebbero vicino alle coste dell'Oman, senza pagare alcun pedaggio; nello stesso tempo, si lavorerebbe allo sminamento della corsia centrale, con il possibile coinvolgimento dei paesi europei. Ovviamente, ci sono state molte false partenze negli ultimi mesi, quindi l'attenzione sarà concentrata sui dettagli e sui profili di sostenibilità dell'eventuale accordo; in aggiunta, non è chiaro se la libertà di navigazione sarà garantita anche al termine dei 60 giorni. Tuttavia, i prezzi delle materie prime energetiche hanno registrato sensibili ribassi: il Brent ha perso oltre il 10% dalla chiusura di venerdì 31 luglio riportandosi in area 80 $/bbl, mentre i futures sul gas naturale europeo sono tornati sui livelli di metà luglio, intorno a 55 EUR/MWh.

Ne hanno beneficiato tanto i mercati obbligazionari, sostenuti da un calo simultaneo delle aspettative di inflazione e dei tassi reali, quanto quelli azionari, complice la solidità del flusso di dati e notizie sul quadro macro/fondamentale e il miglioramento del sentiment sulle prospettive dell'AI (il 4 agosto, sia l'indice S&P 500 che lo Stoxx 600 hanno registrato nuovi massimi storici).
La reazione delle diverse asset class, però, non è stata né simmetrica né lineare, come già accaduto diverse volte nel recente passato, e una delle ragioni è rappresentata dalle differenze importanti nel processo di riequilibrio dei diversi comparti del mercato energetico.


In particolare, mentre le quotazioni del Brent si confermano molto reattive al flusso di notizie in arrivo dal Medio Oriente e si attestano su livelli superiori di circa il 10% a quelli precedenti lo scoppio del conflitto,
la normalizzazione sul mercato dei prodotti raffinati procede molto più lentamente. Infatti, le interruzioni operative in diversi impianti importanti in Medio Oriente e Russia, le limitazioni anche normative all'interscambio commerciale e i margini ridotti di capacità inutilizzata nel sistema di raffinazione globale hanno contribuito a mantenere ampio il differenziale tra il costo del greggio e quello dei prodotti finiti, in particolare diesel, benzina e cherosene: i margini di raffinazione (crack spreads) sono schizzati su livelli superiori a quelli registrati nel 2022, e restano storicamente elevati. Questo significa che l'allentamento delle pressioni sul prezzo del petrolio dai picchi della primavera si è trasmesso e potrebbe continuare a trasmettersi in modo graduale e limitato ai prezzi pagati da consumatori e imprese, prolungando l'impatto dello shock energetico sull'inflazione. Il tema è stato approfondito anche dalla BCE in un recente post, nel quale si è evidenziato che in Area Euro i margini di raffinazione hanno fornito un contributo superiore alla risalita dei prezzi dei carburanti rispetto al greggio (*).

 

Il quadro di complessità per il mercato energetico europeo aumenta considerando l'andamento del gas naturale europeo, le cui quotazioni incorporano un premio molto più importante a confronto con il Brent rispetto ai livelli di fine febbraio, per ragioni fondamentali. Infatti, le scorte dei paesi europei si attestano su livelli storicamente depressi per questo periodo dell'anno: a inizio agosto, gli stoccaggi superavano di poco il 57% della capacità disponibile, il dato più basso dall'avvio delle rilevazioni nel 2009, di gran lunga inferiore al 74% della media degli ultimi cinque anni. Il processo di ricostituzione delle scorte durante la tradizionale fase di accumulo si è sviluppato con lentezza a causa delle attese di ribasso dei prezzi su una probabile ricomposizione della crisi medio-orientale, ma la nuova escalation delle tensioni e il forte aumento della domanda da parte degli importatori non europei (anche a causa di anomalie stagionali legate al fenomeno di El Niño) solleva rischi importanti, specie considerando l'inasprimento dei vincoli sulle importazioni dalla Russia.

 

In prospettiva, anche ipotizzando che la tregua in Medio Oriente regga e l'offerta di petrolio riprenda quota, sarà importante monitorare l'attività nel settore della raffinazione e il bilanciamento di domanda e offerta di gas: i diversi segmenti del mercato dell'energia (e non solo) seguono traiettorie di riequilibrio molto diverse - condizionate da fattori di domanda, vincoli infrastrutturali e temi logisticieuropeospecifici - e le ripercussioni per i trend macro e di policy e le valutazioni dei mercati finanziari possono essere importanti.

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(*) https://www.ecb.europa.eu/press/blog/date/2026/html/ecb.blog20260731~6224db57f8.en.html



 Il quadro eterogeneo del mercato dell’energia

Fonte: elaborazione Anima su dati Bloomberg​


 



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