Vai al contenuto principale

Fed e BCE in pausa

foto: Investment Advisory Investment Advisory

I tassi ufficiali sono rimasti fermi su entrambe le sponde dell’Atlantico e le curve di mercato monetario prezzano rialzi per 35/40pb entro fine anno, ma il livello di incertezza sul cambio di regime in atto alla Fed resta elevatissimo

Il meeting della BCE del 23 luglio non ha riservato sorprese: il Consiglio ha deciso all'unanimità di lasciare i tassi invariati.

Christine Lagarde ha sottolineato che alcuni governatori si sono chiesti se fosse opportuno valutare un altro rialzo dopo quello di giugno, ma hanno preferito attendere, in considerazione dei livelli elevati di incertezza e della gran quantità di dati che saranno pubblicati prima del meeting di settembre, offrendo spunti importanti per la lettura dei trend macro in atto. Le decisioni continueranno ad essere assunte riunione per riunione in funzione del flusso di dati, senza vincolarsi a un percorso predefinito, e prestando grande attenzione a intensità, durata e propagazione dello shock energetico, in coerenza con la funzione di reazione descritta all'indomani dello scoppio della guerra, “molto ben compresa" dagli investitori.

Le nostre aspettative non cambiano: un intervento a settembre è possibile e ne stimiamo la probabilità al 50%; la decisione finale dipenderà dagli sviluppi in Medio Oriente (monitoriamo con particolare attenzione il prezzo del gas) e dai segnali offerti dai dati. Continuiamo però a pensare che non ci sia spazio per la stretta più pronunciata attualmente prezzata dalla curva di mercato monetario e, con il passare del tempo (potenzialmente già nel quarto trimestre), occorrerà invertire la rotta.

L'esito del meeting della Federal Reserve del 29 luglio era molto meno ovvio rispetto a quello della BCE: i mercati scontavano una probabilità di rialzo del 35% (un livello di incertezza eccezionalmente elevato, a confronto con l'esperienza post-Lehman), e l'assenza di variazioni – pur con tre dissensi - ha rappresentato la sorpresa dovish più forte degli ultimi trent'anni, considerando le riunioni che si sono concluse con tassi fermi.

Il comunicato stampa non ha subito variazioni degne di nota, e durante la conferenza stampa è stato replicato il copione andato in scena durante il meeting di giugno: Warsh non solo non ha fornito alcuna indicazione sul futuro sentiero dei tassi (forward guidance) e sulla funzione di reazione della Fed - in coerenza con il suo conclamato scetticismo sull'opportunità di orientare le aspettative degli investitori – ma è stato anche molto riluttante ad esprimere la sua opinione sui trend macro e di policy, rispondendo in modo vago perfino alle domande dei giornalisti sulle motivazioni della decisione presa. Peraltro, benchè abbia ribadito l'impegno a ripristinare la stabilità dei prezzi e de-enfatizzato l'importanza del dato debole sull'inflazione di giugno, ha fatto diverse considerazioni che gli analisti hanno giudicato di taglio accomodante, aprendo le porte all'utilizzo di indicatori diversi dal PCE per valutare la dinamica dei prezzi, precisando che ci sono strumenti diversi dai rialzi dei tassi per combattere l'inflazione,  affermando che il FOMC non si sente vincolato dalle aspettative di mercato sulle sue decisioni e sostenendo che l'aumento dei tassi nominali e reali registrato nelle ultime settimane ha inasprito le condizioni finanziarie, di fatto facendo parte del lavoro della Fed.

La reazione dei mercati è stata importante, e ha denotato un crescente scetticismo sull'approccio della Fed e sulla sua reale volontà di riportare l'inflazione al target: i tassi a breve termine sono scesi, sulla scorta di una revisione al ribasso delle attese di inasprimento monetario nel breve periodo, mentre i tassi a lungo termine hanno subito significative pressioni al rialzo (raggiungendo sulla scadenza trentennale i massimi dal 2007, a quota 5,2%), con il traino sia della componente dei tassi reali, sia delle aspettative di inflazione. Merita di essere sottolineato il fatto che l'irripidimento della curva dei Treasury sul tratto 2-30 anni, circa 13bp, è stato il movimento giornaliero più significativo da agosto 2025, quando vennero pubblicate le revisioni negative della serie sui NFP, ed è assimilabile alla variazione registrata all'indomani del Liberation Day.

Continuiamo a pensare che il target sui Fed Funds non subirà variazioni per il resto dell'anno: da una parte, l'orientamento restrittivo di parte del Consiglio potrebbe stemperarsi di fronte alle evidenze di consolidamento del trend disinflazionistico; dall'altra parte, il Presidente Warsh ha interesse ad attendere la conclusione dei lavori delle task force prima di modificare la stance di politica monetaria, in modo da approfondire – come ha riconosciuto in conferenza stampa – la sua comprensione dei trend macro e individuare gli strumenti più adatti per gestire eventuali squilibri. Ovviamente, le nostre valutazioni cambierebbero se la dinamica dei prezzi non dovesse evolvere in linea con le nostre aspettative.



La reazione dei Treasury al meeting della Fed del 29 luglio 


Andamento della pendenza della curva dei Treasury USA in corrispondenza dei principali eventi macro e delle decisioni Fed


Fonte: elaborazione Anima su dati Bloomberg




Scelti per te