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L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha aperto una lunga serie di incognite sul futuro del paese, sia a livello politico che economico-finanziario.

​​​Dopo oltre tre anni e mezzo dal referendum del 2016 e 47 anni di storia comune, il 31 gennaio il Regno Unito ha lasciato l’UE. È iniziata una fase di transizione, nel corso della quale il paese britannico continuerà a garantire la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone e dovrà rispettare le normative esistenti, ma non parteciperà più alla loro definizione, avendo perso il diritto di essere rappresentato nelle istituzioni e negli organi comunitari. 

A inizio marzo prenderà avvio anche il processo di negoziazione di un accordo sulle relazioni future fra Regno Unito e Unione Europea, che darà contenuto e sostanza alla Brexit. La dichiarazione politica prevede l’impegno a raggiungere un accordo di libero scambio (Free Trade Agreement), senza dazi né quote, con condizioni paritarie (Level Playing Field) che consentano una concorrenza aperta e leale.

Probabilmente si tratta di un obiettivo troppo ambizioso, stante l’esiguità dei tempi disponibili per le trattative. Il periodo transitorio termina il 31 dicembre 2020; potrebbe essere esteso entro il 30 giugno 2020 (una sola volta e per un periodo massimo di due anni), ma il Premier inglese si è impegnato a non prorogarlo e ha fatto approvare un provvedimento legislativo a questo scopo.  

Ad aggravare la situazione, l’apparente distanza fra le posizioni iniziali. Boris Johnson vorrebbe un accordo simile a quello che lega UE e Canada (con libertà di movimento per beni e servizi e cooperazione flessibile in altre aree), ma la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha sottolineato che “senza libertà di circolazione per le persone, non può esserci libertà di movimento per beni e capitali; senza standard comuni in materia ambientale, di tassazione e diritto del lavoro, non può esserci accesso al più grande mercato unico del mondo”.

Lo scenario più probabile è che venga siglato in extremis un accordo parziale, che confermi l’assenza di dazi e quote per le merci, impegni il Regno Unito a non depotenziare la regolamentazione vigente e preservi almeno temporaneamente lo status quo in altri settori, con le trattative destinate a continuare sotto traccia in una lunga fase di implementazione. 
Nel caso in cui le parti non riuscissero a raggiungere un compromesso e il Regno Unito non richiedesse un’estensione del periodo di transizione, dal 1 gennaio 2021 le relazioni commerciali fra le due aree sarebbero disciplinate dalle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Verrebbero introdotti controlli doganali ai porti e applicati dazi: la tariffa media dell’Unione Europea è del 3% (10-12% per le auto, i prodotti agricoli e il tessile) e il Regno Unito opererebbe in condizioni di reciprocità. 
Le ricadute negative per l’economia sarebbero inevitabili: nel 2018, il 45% delle esportazioni e il 53% delle importazioni di beni e servizi del Regno Unito hanno avuto per controparte l’UE. Secondo l’OCSE, la perdita in termini di minore crescita sarebbe del 2-2,5% del PIL per il Regno Unito nei primi due anni e dello 0,5% per l’UE, con penalizzazioni più profonde per Irlanda, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca. 

Eppure, il conto più salato per il Regno Unito potrebbe non essere quello economico. La Brexit sta alimentando profonde istanze separatiste sulla scena politica domestica: in Scozia Nicola Sturgeon ha chiesto un altro referendum per l’indipendenza, in Irlanda del Nord c’è insoddisfazione per un regime di dazi e regole diverso da quello britannico e perfino il parlamento gallese ha votato contro l’accordo di Johnson, temendo un ingolfamento dell’attività ai porti. La netta affermazione politica del premier alle elezioni di dicembre non deve ingannare: il Regno Unito resta un paese profondamente diviso e le difficoltà economiche derivanti dal divorzio con l’UE potrebbero accentuare le frizioni.

 Interscambio commerciale fra Regno Unito e Unione Europea​

​​Fonte: Office for National Statistics


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