Sentenza della Corte Costituzionale tedesca: i fatti e le implicazioni

Investment Advisory

11.05.2020

Sentenza della Corte Costituzionale tedesca: i fatti e le implicazioni

I rilievi sulla presunta illegittimità del QE non comprometteranno l’operatività della BCE, ma potrebbero sollevare dubbi e rischi in merito agli equilibri istituzionali dell’Unione Europea.

​​​​​​​La sentenza pronunciata il 5 maggio dalla Corte tedesca continua ad infiammare l'arena politica. Le conseguenze di medio periodo a livello istituzionale, politico ed economico sono difficili da valutare, ma la complessità dei profili giuridici coinvolti e una comunicazione talvolta approssimativa da parte della stampa rendono opportuno un approfondimento.

Da tempo la comunità finanziaria e civile si interroga su caratteristiche, effetti e limiti delle misure non convenzionali adottate dalla Banca Centrale Europea, soprattutto nei paesi caratterizzati da un orientamento più scettico sul tema dell'integrazione europea. Una petizione presentata in Germania nel 2015 e firmata da oltre 1.700 cittadini (tra cui molti economisti e giuristi) aveva chiesto alla Corte costituzionale se questo tipo di intervento rispettasse le prescrizioni dei Trattati e i vincoli imposti dal mandato della BCE. In una lunga maratona giudiziaria, la Corte tedesca si era rivolta alla Corte di giustizia europea, che nel dicembre 2018 aveva stabilito la piena legittimità del Programma di acquisto titoli (PSPP) lanciato da Mario Draghi nel marzo 2015 (e riavviato nel novembre 2019).

La questione è tornata alla Corte tedesca, che il 5 maggio, in modo del tutto inatteso, ha contestato il verdetto della Corte di giustizia europea. Secondo la sua sentenza, il Quantitative Easing non viola in modo manifesto il divieto di finanziamento monetario degli Stati, principalmente in virtù dei vincoli, autoimposti (tetto del 33% alla detenzione di qualunque titolo di stato; legame fra ammontare degli acquisti e capital keys, le quote di ciascun Paese nel capitale della BCE). Il principio fondante non rispettato è quello della proporzionalità, termine utilizzato per indicare che “il contenuto e la forma dell'azione dell'Unione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi stabiliti dai Trattati". In sostanza, volume e durata delle operazioni condotte dal 2015 sarebbero sproporzionati rispetto all'obiettivo statutario di stabilità monetaria, avendo implicazioni rilevanti a livello delle politiche economiche, fiscali e sociali: in particolare, comportano effetti redistributivi (penalizzano risparmiatori e compagnie assicurative, a vantaggio dei soggetti indebitati), consentono la sopravvivenza di imprese inefficienti e scoraggiano la disciplina fiscale dei Governi.

Nell'elaborare la sua sentenza, la Corte costituzionale tedesca è partita dal presupposto che l'Unione Europea si fonda su una delega di poteri da parte degli Stati membri, ai quali compete la verifica del rispetto dei limiti stabiliti dai Trattati da parte degli atti adottati su scala comunitaria. La Corte di giustizia europea, a suo avviso, avrebbe adottato uno standard di controllo troppo deferente nei confronti della BCE, valutando il rispetto del principio di proporzionalità in modo non conforme alle tradizioni legali comuni ai paesi dell'Unione; la sua dichiarazione di legalità del QE, dunque, sarebbe invalida e non vincolante. L'istituzione tedesca ha pertanto invitato Bundesbank e Parlamento tedesco ad attivarsi per ottenere le deduzioni che attestino la commisurazione del QE all'obiettivo di stabilità dei prezzi e la ponderazione del suo impatto su tutti gli interessi coinvolti. In mancanza di un chiarimento, trascorso un periodo di tre mesi, la Bundesbank non potrà più eseguire le operazioni oggetto del contendere e sarà tenuta a liquidare, in un orizzonte temporale ragionevole, le posizioni in essere.

La reazione delle autorità europee al pronunciamento è stata durissima. La Corte di Giustizia Europea l'8 maggio ha pubblicato un secco comunicato stampa, ricordando che è l'unico organismo competente a valutare la conformità degli atti delle istituzioni comunitarie al diritto dell'Unione. Eventuali pronunciamenti contrari da parte degli Stati membri potrebbero compromettere l'unità dell'ordinamento giuridico dell'Unione e pregiudicare la certezza del diritto. La Presidente della Commissione europea, la tedesca Ursula Von der Leyen, ha dichiarato che Bruxelles sta prendendo in considerazione la possibilità di citare in giudizio la Germania. La BCE, per finire, ha chiarito che continuerà a fare tutto quello che è necessario, nei vincoli fissati dal mandato, per assicurare la stabilità dei prezzi e garantire la trasmissione della politica monetaria in tutti gli Stati dell'Unione.

Queste dichiarazioni hanno contribuito a contenere gli impatti della sentenza sui mercati finanziari: l'allargamento degli spread sui titoli dei paesi periferici e l'indebolimento dell'euro hanno avuto vita breve, complice il fatto che il pronunciamento non riguarda il QE pandemico recentemente introdotto dalla BCE (PEPP), come espressamente sottolineato dalla stessa Corte tedesca. Anche il PEPP potrebbe essere oggetto di ricorsi (specie considerando l'allentamento dei vincoli con riferimento ai quali la Consulta ha motivato la legalità del QE sul fronte del rispetto del divieto di monetizzazione del debito pubblico), ma appare meno vulnerabile per le lungaggini dei tempi della giustizia e la gravità dell'attuale crisi economica.

Anche se la sentenza non cambierà il corso della politica monetaria, le sue conseguenze a livello politico-istituzionale potrebbero essere rilevanti: il tentativo di affermare la supremazia del diritto nazionale su quello comunitario rischia di compromettere il delicato equilibrio fra ordinamenti prodotti da anni di interventi giurisdizionali.

Oltretutto, il provvedimento sottolinea i limiti del mandato della BCE (specie rispetto ad altre banche centrali) e la fragilità dell'architettura istituzionale europea: l'assenza di una capacità di bilancio comune ha fatto ricadere sulla BCE l'onere di fronteggiare qualunque crisi. In questo contesto, un rafforzamento dell'integrazione a livello politico/fiscale diventa ancora più urgente. ​


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