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Mercati Emergenti, opportunità dopo la tempesta

​L’indebolimento dei mercati emergenti è stato uno dei trend più forti e inattesi dell’anno. Le prospettive di breve periodo restano sfidanti, ma le valutazioni sono interessanti e lo scenario sta diventando più costruttivo.  

Investment Advisory
Autore: Investment Advisory
21 | settembre | 2018
time 4 minuti
Grafico del mese
La debolezza dei mercati finanziari dei Paesi Emergenti da inizio anno è stata significativa e trasversale alle asset class: prendendo a riferimento la giornata del 19 settembre ed esprimendo le performance in euro, le obbligazioni governative in valuta forte a cambio coperto hanno ceduto il 6,3%, i titoli in valuta locale il 7,2% e i mercati azionari il 3,7%, sotto-performando la borsa americana di quasi il 20%. Le penalizzazioni più importanti, però, sono state inflitte alle valute, per via della maggiore liquidità: il comparto ha ceduto complessivamente l’11,8%, con perdite in molti casi estreme: -51% il Peso argentino, -38% la Lira turca, -18% il Real brasiliano (calcoli eseguiti su indici JPM per il segmento obbligazionario e valutario, MSCI per l’azionario).

A creare un contesto particolarmente sfidante per i Paesi Emergenti è stata una combinazione di fattori.

Negli ultimi mesi si è verificata una divergenza significativa fra gli sviluppi a livello di quadro macro e politiche monetarie negli Stati Uniti e nel resto del mondo: da una parte, incessanti revisioni al rialzo della crescita americana e una Federal Reserve sempre più aggressiva, dall’altra un flusso di dati deludente in Area Euro e Cina, una BCE molto cauta e misure di stimolo da parte Banca Centrale Cinese. L’aumento dei tassi americani e l’apprezzamento del dollaro che ne sono derivati hanno reso più oneroso il costo del finanziamento per i paesi che presentano un livello elevato di debito in dollari, e costretto molte Banche Centrali ad aumentare i tassi per frenare l’indebolimento delle divise e l’aumento dell’inflazione. 

Ad aggravare ulteriormente il quadro il protezionismo americano: l’inasprimento delle tensioni commerciali ha innescato timori di rallentamento del commercio globale, una variabile cruciale per la crescita dei Paesi Emergenti (specie nel continente asiatico).

Accanto a questi fattori di natura globale, si è registrata un’escalation significativa del rischio specifico, con la crisi politica ed economica in Turchia, l’instabilità finanziaria in Argentina e l’infuocata campagna elettorale in Brasile.

Le severe penalizzazioni subite dai Paesi Emergenti hanno lasciato sul campo valutazioni interessanti: a titolo di esempio, il rendimento medio offerto dai titoli governativi in valuta forte ha raggiunto quota 6,6%, massimo da inizio 2016, mentre la valutazione relativa del mercato azionario emergente rispetto a quello americano è vicina ai minimi storici. 

In prospettiva, alcuni nodi restano da sciogliere: Trump potrebbe annunciare dazi sul settore automobilistico per aumentare i suoi consensi in vista delle elezioni del 6 novembre, e ci sono importanti scadenze politiche anche in Italia, Brasile e per il processo di negoziazione di Brexit. 

Tuttavia, stanno emergendo diversi fattori che contribuiscono a tratteggiare uno scenario più costruttivo: un apparente allentamento delle tensioni fra USA e Cina (con l’applicazione reciproca di dazi ad aliquote più contenute del previsto), le misure di stimolo e stabilizzazione del cambio annunciate in Cina, qualche sviluppo positivo nei paesi in crisi (aumento dei tassi in Turchia) e soprattutto la stabilizzazione del dollaro. 

Potrebbero esserci delle opportunità da cogliere, pur con orizzonte di medio periodo e preferenza per una gestione attiva e flessibile.  

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