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ANIMA Flash settembre - I listini del Dragone e la Fed tengono in scacco le borse europee

16/09/2015
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Archiviata la crisi greca dagli inizi di agosto i mercati stanno affrontando una nuova ondata di volatilità a causa delle tensioni sui listini cinesi e dell’ormai vicino rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve.​

L'incertezza e l'avversione al rischio restano ancora in agguato. Superata l'ennesima crisi greca a luglio (il prossimo 20 settembre, dopo le dimissioni dell'ex Premier Tsipras, i greci saranno nuovamente chiamati alle urne per le elezioni politiche), dagli inizi del mese di agosto si sta assistendo ad un periodo di nervosismo, con fasi altalenanti, che hanno coinvolto un po' tutti i mercati azionari globali, a partire dai listini asiatici. Facciamo, però, un passo indietro per comprendere le cause che hanno determinato questi movimenti. 

Da diverso tempo i mercati azionari si attestavano in prossimità dei massimi degli ultimi anni, mostrando grande tenuta e capacità di ripresa di fronte anche a shock importanti. Le prime tensioni sono arrivate per effetto dell'esplosione della bolla speculativa sul mercato azionario cinese, senza però produrre un particolare effetto contagio sugli altri listini, in quanto ritenuto un fenomeno sostanzialmente "locale"; merito, da principio, dell'operato delle autorità cinesi e in particolare della banca centrale della Repubblica popolare cinese, che erano riusciti a rassicurare gli investitori in relazione ai timori di un rallentamento dell'economia del Dragone. Ma l'evento nuovo che ha rotto questo solido equilibrio è stato l'iter di svalutazione della valuta domestica - lo yuan o renminbi - avviato, in seconda battuta, da parte del governo cinese, determinando questa volta un forte impatto a livello globale. In pratica questa svalutazione, - tra l'altro di entità modesta pari circa al 5% - è stata letta dai mercati come un vero e proprio cambio di regime valutario e come una reazione al rallentamento della crescita.

La motivazione ufficiale fornita dalla Banca Popolare Cinese è stata di puntare sull'internazionalizzazione del renminbi, per portarlo al valore di mercato. La Cina, infatti, da lungo tempo aveva "agganciato" la propria divisa all'andamento del dollaro: la valuta cinese aveva così finito per apprezzarsi molto contro tutte le valute mondiali ostacolando le esportazioni domestiche. Inoltre, probabilmente, la mossa della banca centrale cinese va ricondotta alla volontà di giocare d'anticipo sul cambio, rispetto all'ormai vicino rialzo dei tassi da parte della Fed, che a sua volta provocherà un ulteriore rincaro del dollaro (e quindi dello yuan).

Ecco allora che in questo scenario si è assistito ad un incremento della volatilità ed ad un sell-off generalizzato che ha colpito un po' tutti i mercati e settori. Tuttavia fra gli investitori è ritornato un lieve ottimismo all'indomani dell'annuncio da parte del governo cinese di misure a sostegno dell'economia e del premier giapponese Shinzo Abe di un ampliamento dell'Abenomics (si veda l'ultimo paragrafo relativo alle Borse asiatiche ed emergenti). 

Inoltre, si è aggiunta l'incertezza legata alla tempistica e alle modalità con cui la Federal reserve provvederà al tanto atteso rialzo dei tassi. Considerato il buon andamento del mercato del lavoro americano - a livello macro il numero di posizioni di lavoro aperte negli Stati Uniti a luglio è pari a 5,8 milioni quando solo a giugno si parlava di 5,2 milioni, registrando un record storico dall'inizio della serie – la Fed potrebbe decidere di avviare una graduale stretta monetaria già in occasione del meeting del 17 settembre. 

In ultimo, ma non per importanza, considerati i numerosi impatti diretti e indiretti, a creare tensioni ha contribuito anche l'andamento del prezzo del petrolio: dopo una breve fase di ripresa il prezzo dell'oro nero è tornato a scendere per le aspettative circa un nuovo incremento delle scorte degli Stati Uniti (il Brent è scivolato nell'intorno di 48 degli Stati Uniti (il Brent è scivolato nell'intorno di 48 dollari al barile e il Wti di 45 dollari). 

L'andamento delle materie prime e l'intervento sul cambio in Cina stanno comunque incidendo sull'andamento e sulle aspettative di inflazione in Area Euro. Ulteriori riduzioni dell'inflazione di lungo periodo potrebbero comportare un maggior​e interventismo da parte della Banca centrale europea, così come ha riferito il Presidente Mario Draghi, in occasione del meeting dello scorso 3 settembre. La Bce, infatti, si è dichiarata pronta, se sarà necessario, a fare ancor di più per spingere l'inflazione e per supportare la ripresa economica nella zona​ Euro e di conseguenza potrebbe aumentare l'ammontare degli acquisti, oggi fissati a 60 miliardi al mese, così come decidere di allungare la durata del programma di Quantitative Easing, al momento prevista fino a settembre del 2016, oppure ancora ampliare la tipologia di titoli da comprare. 

Pertanto la divergenza fra le politiche monetaria di Fed e Bce sta raggiungendo i massimi livelli. Nel frattempo un ulteriore segnale della lenta ripresa europea è arrivato, grazie alla combinazione degli interventi espansivi della Bce e l'Euro debole: nel II trimestre di quest'anno il Pil dell'Area Euro è cresciuto dello 0,4% (le stime preliminari indicavano un 0,3%) e il dato annuo è pari a 1,5% anziché 1,2%.

Non a caso, nei portafogli dei 
fondi ANIMA​ si continuano a preferire in termini relativi le Borse europee, che riteniamo presentino ancora un potenziale di crescita, in quanto sostenute dal Qe della Bce, dall'indebolimento della moneta unica, ma anche dal miglioramento del quadro macro e dall'incremento degli utili delle aziende della zona Euro.​ 

Il documento completo è disponibile in Area Premium (solo per operatori professionali), per scaricarlo clicca​ qui.​​​​​​​​​​

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