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ANIMA Flash - USA verso il resto del mondo?

09/08/2018

SLIDER_ANIMA_FLASHago18.jpgll 2018, per i mercati azionari globali, si sta dimostrando impegnativo a causa delle tensioni commerciali e del rischio politico, che a fasi alterne hanno riportato nervosismo. L’unica eccezione, almeno in parte, è rappresentata dagli USA che, nonostante il percorso di rialzo dei tassi della Fed, hanno visto l’indice S&P, supportato anche dagli utili societari, registrare ancora performance positive e l’economia americana raddoppiare la sua velocità di crescita.

Il sentiment degli investitori migliora ma restano gli elementi di cautela. Nell’ultimo mese sui mercati finanziari - complice anche la minore liquidità per la riduzione delle transazioni, tipica del periodo estivo - si è assistito in generale ad un calo della volatilità, ma l’attenzione – se pur distratta dalle notizie costruttive legate alla pubblicazione dei risultati societari del II trimestre sia in Usa che nell’Eurozona - continua ad essere focalizzata sulle politiche commerciali e internazionali, con gli sviluppi a livello di quadro macro e le politiche monetarie che restano nelle retrovie. 

A dominare la scena, ancora una volta, sono state le preoccupazioni legate alla guerra dei dazi, o visto il continuo “ping-pong”, alla “guerra degli annunci”, così come qualcuno l’ha già ribattezzata. Ma dopo l’accordo verbale dello scorso 25 luglio fra il Presidente Trump e il Presidente della Commissione Europea Juncker, per porre fine all’escalation delle tensioni commerciali fra USA e UE, il clima si è fatto un po’ più attendista. Trump ha riferito che entrambe le parti sono intenzionate a risolvere la controversia riguardante l’imposizione reciproca di dazi doganali decisa lo scorso giugno. Meno rosee, invece, le prospettive nella relazione fra Stati Uniti e Cina, visto il continuo pressing da parte dell’amministrazione americana, anche se le scadenze più significative – ovvero le tariffe su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi, che dal 10% potrebbero risalire al 25% – non potranno essere attuate prima del mese di settembre. 

Gli investitori, però, non sembrano ancora focalizzati sul fatto che l’andamento sincronizzato della crescita (globale) sia ormai alle spalle e che stia invece diventando sempre più evidente la divergenza fra Stati Uniti ed Eurozona, con l’economia americana che continua ad accelerare il passo. In Usa, il rialzo del Pil nel II trimestre del 2018, da aprile a giugno, sulla spinta soprattutto di esportazioni e consumi, è stato nell’ordine del 4,1% su base annua, ovvero il dato più forte dal 2014 e la Fed prevede che l’economia nel 2018 potrebbe crescere del 2,8% per poi rallentare successivamente. Nonostante sia legittimo e fisiologico aspettarsi una diminuzione della velocità, dal momento che le economie non possono continuare a correre all’infinito, – in primis potrebbe accadere per effetto di una eventuale nuova escalation nella contesa sui dazi commerciali - ad oggi i fondamentali restano solidi e l’inflazione relativamente bassa. Allo stesso modo sembra ormai acquisito come un dato di fatto che, se pur gradualmente, le politiche monetarie di Fed e BCE diventeranno a tendere sempre meno espansive e supportive delle singole economie, in quanto l’enorme quantità di liquidità degli ultimi anni resterà a poco a poco un ricordo. 

A questo proposito, la Federal Reserve e la BCE, infatti, hanno confermato di voler continuare sulla strada della normalizzazione delle loro politiche monetarie. In particolare il Fomc della Fed, il 2 agosto, ignorando la posizione di Trump in aperto dissenso nei confronti di nuovi rialzi dei tassi che potrebbero mettere a rischio i miglioramenti dell’economia, ha lasciato i tassi invariati nella forchetta 1,75%-2% ma ha comunicato che si andrà avanti con i previsti due aumenti del costo del denaro entro fine anno, il primo dei quali dovrebbe già arrivare a settembre, in occasione del prossimo meeting (25-26 settembre) e il secondo a dicembre. L’economia americana, infatti, è stata definita dalla Fed non solo “solida” ma “forte”, grazie alla crescita di consumi ed investimenti e anche ad un tasso di disoccupazione nell’ordine del 3,9%. La BCE, a distanza di 6 anni dal luglio del 2012, quando Draghi tenne il discorso programmatico diventato famoso per il suo “whatever it takes”, ha ribadito l’uscita dal QE entro il 2018 e che non alzerà i tassi prima dell’estate del 2019, mentre proseguirà l’acquisto di titoli tramite i proventi incassati alla scadenza dei titoli detenuti. Decisione confermata nonostante a luglio l’inflazione abbia raggiunto la soglia psicologica del 2% - a luglio la stima preliminare di Eurostat è a quota 2,1% -, ma la BCE nel valutare la stabilità dei prezzi considera le proiezioni nel medio periodo e soprattutto l’inflazione cosiddetta “core” – a luglio a quota 1% - cioè depurata dei prezzi di energia e alimentari. Nell’Eurozona, inoltre, i mercati dovranno continuare a fare i conti con le tensioni di tipo politico, che potrebbero riportare nervosismo in particolare in Italia - dove ci si aspetta un autunno “caldo” con i prossimi provvedimenti sui conti pubblici e l’approvazione della legge finanziaria - e in Gran Bretagna, dove si teme la tenuta del governo May a causa della annosa vicenda Brexit. 

Alla luce di questi elementi di incertezza, che potrebbero riportare instabilità, il team gestionale di ANIMA ritiene che sia opportuno mantenere un approccio cauto nella gestione dei portafogli, volto al contenimento dei rischi e soprattutto tattico. In particolare, la flessibilità nel modulare l’esposizione direzionale alle diverse asset class e il focus sull’attività di stock-picking restano due caratteristiche distintive dello stile di gestione in questo particolare momento di mercato.

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